Veronica Franco: la bella poetessa cortigiana

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Veronica Franco: la bella poetessa cortigiana
Veronica nacque nel 1546 da una cortigiana come lei registrata nel Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venezia e la famiglia da cui proviene appartiene alla classe privilegiata dei Cittadini, una classe a metà strada tra l'aristrocazia e il popolo.
Sebbene il "Catalogo" sopra citato indichi per lei la modica tariffa di due scudi, tutto fa pensare che Veronoca Franco non fosse una cortigiana come le altre. Se la cifra indicata non è erronea, evidentemente si tratta di una tariffa iniziale, poiche quasi subito la giovane fu ammessa presso le migliori famiglie di Venezia e mantenuta da amanti ai quali non è utile e tantomeno conveniente imporre una tariffa ;)
Quello che vogliamo evidenziare in questo post è che Veronica non è soltanto quella che oggi definiremmo una escort ricercata per la sua bellezza e il suo fascino, ma una donna di lettere ed un ospite squisita, che nella sua casa tiene riunioni "accademiche" ben frequentate, rallegrate da intervalli musicali a cui prende attivamente parte. Ed è inoltre, e soprattutto, una poetessa dalla delicata sensibilità che agevolmente maneggia i diversi registri della poesia amorosa, tanto da guadagnarsi la stima e le lodi dei petrarchisti più intransigenti.
Veronica non si limita peraltro a comporre poesie, ma scrive anche un gran nuero di lettere e nel 1580 ne pubblica una cinquantina; queste, assai apprezzate, meglio e più dei versi consentono di valutare tutto quanto la separa dalla maggior parte delle altre cortigiane.
Virtù e vizi non vengono dissimulati nè taciuti, ma grazie alla delicatezza dei suoi sentimenti e dei suoi gusti e a un amore purissimo per le arti e le lettere Veronica Franco riscatta l'impurità del commercio da cui deriva il suo sostentamento.
Di seguito un sonetto del 1575 dedicato al duca di Mantova in cui evoca le sofferenze che la lontananza del suo amante le causa

Le fresche rose, i gigli e le viole
arse ha 'l vento de' caldi miei sospiri,
e impallidir pietoso ho visto il sole;
nel mover gli occhi in lagrimosi giri
fermârsi i fiumi, e 'l mar depose l'ire
per la dolce pietà de' miei martiri.
Oh quante volte le mie pene dire
l'aura e le mobil foglie ad ascoltare
si fermâr queste e lasciò quella d'ire!
E finalmente non m'avien passare
per luogo, ov'io non veggia apertamente
del mio duol fin le pietre lagrimare.

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